MOACIR

16 Luglio 1950, Rio de Janeiro, Brasile. Estadio do Maracanã.

Mancano una decina di minuti al termine della partita finale della Coppa del Mondo.  Si affrontano i padroni di casa del Brasile contro l’Uruguay.

Le squadre sono sull’1-1, un risultato che comunque permetterebbe al Brasile di vincere il torneo (in quell’edizione non c’era una vera e propria finale, ma un girone finale che comprendeva le quattro squadre vincitrici dei precedenti gironi).

Siamo al 34esimo minuto del secondo tempo, Alcides Ghiggia, ala destra dell’Uruguay, si invola e scatta sulla fascia, lasciandosi dietro il suo marcatore Bigode e scaglia un tiro (o forse un cross) con tutte le sue forze residue.

Sejrsmaalet_URU-BRA_2-1     Uruguay-Brasile 2-1, Ghiggia sigla la rete della vittoria

Dall’altra parta c’è Moacir Barbosa, nato a Campinas, il 27 marzo 1921, portiere del Vasco da Gama e indiscusso titolare della nazionale brasiliana. Tutto il Brasile si sente sicuro con Moacir in porta, un muro, insuperabile. Ma in quel momento Moacir Barbosa, come qualunque altro portiere, non può che pensare che Ghiggia voglia crossare, al centro, per cercare qualcuno. Fa un passo avanti, verso l’area e lascia qualche centimetro tra sè e il palo. Proprio da lì, da quello spazio minuscolo, passa il pallone calciato da Ghiggia, diventato piccolissimo, e in un istante tutto il Maracanã si azzittisce. Gol dell’Uruguay.

Moacir Barbosa, il primo portiere nero della storia della nazionale brasiliana, è lì, in ginocchio, e fatica a rialzarsi, quasi inconsciamente consapevole di ciò che lo avrebbe atteso. Il Brasile perde la finale, centinaia di tifosi cadono nella depressione, alcuni muoiono per arresto cardiaco, altri scelgono il suicidio. E’ il giorno più triste della storia del Brasile. E’ il giorno più triste della vita di Moacir, che da quel giorno non sarà più la stessa.

       _barbosa_1945

La federazione brasiliana decise di far cambiare il colori della divisa (all’epoca interamente bianca con colletto blu) con una nuova (quella verde-oro attuale), che contiene tutti i colori presenti nella bandiera brasiliana, e il governo brasiliano proclamò tre giorni di lutto nazionale.

Moacir Barbosa diventerà per sempre l’uomo che ha fatto piangere il Brasile. Per lui sarà una condanna a morte, anzi peggio, una condanna a vivere il resto della sua vita umiliato e offeso. Dichiarò più volte che la sentenza più pesante in Brasile è trent’anni, ma la mia prigionia ne è durata cinquanta. Cinquanta anni da emarginato.

Tutti i tifosi, uomini, donne, anziani, bambini lo indicavano, lo additavano: “E’ stato lui, l’uomo che ha fatto piangere il Brasile”.

Può una partita di calcio essere così drammatica?
Sì, il calcio è vita, quindi anche dramma.
Questo blog vuole raccontare il calcio come se tutte le partite fossero un Maracanaço, come se ogni gol fosse quello di Ghiggia, come se ogni portiere trafitto soffrisse come Moacir.

Questo blog vuole raccontare le storie più belle e sconosciute che si nascondono dietro i novanta minuti di gioco, gli aspetti più emozionanti, significativi e anche drammatici di questo sport.

Questo blog vuole raccontare la bellezza di un gesto tecnico, di una rovesciata, di un cucchiaio e la sofferenza che c’è dietro un rigore sbagliato, un’uscita a vuoto, un passaggio corto.

Questo blog vuole ricordare a tutti i lettori che i drammi non hanno mai un nome e un cognome, ma hanno un colore, forse due e una bandiera.

Questo blog vuole riscattare tutti coloro che nel calcio hanno trovato solo sofferenza, ma non per aver perso o sbagliato una partita, ma per aver perso la propria dignità, per essere diventati i colpevoli senza processo di un dramma che non era solo il loro.

Questo blog si chiama MOACIR BARBOSA.

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